Non tutte le crisi vengono per nuocere. O no?

Interventi universali volti ad aumentare il trasporto attivo e ridurre l'apporto calorico hanno un forte impatto sulla salute pubblica: la lezione del “periodo speciale” a Cuba. Ma senza generalizzare troppo.
16/01/2014
  • Stefano Menna
Che Guevara in bici

Immagine: 

Che Guevara in bici (foto credit: www.ilikebike.org)

Quanto influiscono le ristrettezze imposte da una grave crisi economica sui comportamenti quotidiani come mangiare e muoversi? A rispondere è un recente studio (e relativo video) effettuato a Cuba da un team internazionale composto da ricercatori spagnoli, cubani e statunitensi. Ripercorrendo i dati epidemiologici raccolti tra il 1980 e il 2010, hanno messo in relazione l’andamento del peso medio della popolazione caraibica con quello di mortalità e diffusione di diabete e malattie cardiovascolari. Facendo attenzione in particolare al cosiddetto “periodo speciale” (1991-1995), gli anni della pesante crisi vissuta da Cuba a seguito del crollo dell’Unione Sovietica e dell’inasprimento delle misure di embargo imposte dagli Stati Uniti. Quando la mancanza di cibo e carburante provocarono un drastico calo dell’apporto calorico medio nella dieta e un aumento significativo dei livelli di attività motoria. Con conseguenze importanti sullo stato di salute dei cubani.

Sulle montagne russe dei numeri
Scorrendo i risultati dello studio, si nota come tra il 1991 e il 1995 il peso medio della popolazione caraibica sia diminuito di oltre 5 kg, per poi risalire di 9 kg tra il 1996 e il 2010. La prevalenza di sovrappeso e obesità è così “rimbalzata” dal 33% del 1995 al 53% del 2010. Parallelamente, nella prima metà degli anni ’90 è sceso il numero di nuovi casi di diabete, che ha ripreso prontamente quota nel corso dell’ultimo decennio (+116% la prevalenza; + 140% l’incidenza). Nel 1996, quindi 5 anni dopo l’inizio del calo ponderale dei cubani, il tasso di mortalità per diabete si era praticamente dimezzato. Tasso che invece, a partire dal 2002, è risalito (+49%) fino a superare i livelli pre-crisi. Analogo discorso può esser fatto per ictus e malattie cardiovascolari, la cui curva ha conosciuto un lento e costante declino fino al 1996, per poi crollare all’inizio degli anni 2000. Anche qui, il trend discendente si è interrotto una volta che la popolazione ha ricominciato a ingrassare.

E l’andamento dell’attività fisica? Oggi poco più della metà della popolazione locale è attiva, ma durante il “periodo speciale” erano ben 8 su 10 i cubani che facevano movimento. Probabilmente costretti più dalle circostanze che per iniziativa individuale. La crisi aveva infatti imposto alla maggior parte degli isolani di intraprendere nuove attività, spesso manuali, per lavorare e assicurarsi reddito e sostentamento.

La rivoluzione dei trasporti
Lo stesso sistema di trasporti, colpito dalla carenza di gasolio e carburante, ha subito profondi cambiamenti. Con meno della metà del petrolio a disposizione rispetto agli anni ’80, rapidamente hanno preso piede nuove soluzioni, frutto della proverbiale arte di arrangiarsi e creatività dei cubani: dal car pooling all’uso di taxi collettivi (meglio se a trazione animale), fino alla sostituzione dei trattori con buoi - e braccia! - per lavorare la terra. Andare a piedi era ormai una necessità e il governo castrista, per sopperire alla cronica mancanza di benzina per gli autoveicoli, ha dovuto importare dalla Cina e distribuire 1 milione e mezzo di biciclette. Le vecchie e ingombranti automobili americane degli anni ’50 diventarono taxi collettivi, buoni per ospitare da 6 a 8 passeggeri. Spuntarono per le strade animali in carne e ossa (muli e cavalli) e non, i cosiddetti “cammelli”: vecchi camion a pianale riconvertiti ad autobus articolati, capaci di portare fino a 300 persone e ancora oggi in circolazione all’Havana.

Sono poi sorte nuove forme cooperative in agricoltura, come gli orti collettivi e le fattorie familiari, per soddisfare il fabbisogno alimentare di una popolazione messa a dura prova dall’interruzione degli scambi commerciali con i Paesi dell’ex Patto di Varsavia. L’apporto calorico medio a persona fornito dagli alimenti era infatti passato dalle quasi 3.300 calorie al giorno del 1989 a meno di 2.400: un livello appena un gradino sopra il fabbisogno minimo giornaliero. Bisognerà aspettare il 2002 perché la situazione nutrizionale torni alla normalità.

Attenzione alle semplificazioni
La fine della dipendenza economica dai Paesi socialisti e la conseguente crisi energetica e alimentare hanno quindi avuto un impatto pesante su parecchi indicatori di salute. In un breve lasso di tempo, lo stato nutrizionale dei cubani ha subito notevoli cambiamenti. L’analisi dei dati ci dice che anche un modesto calo del peso medio della popolazione generale può avere effetti dirompenti sull’impatto delle malattie croniche, sulla mortalità e sulle strategie di prevenzione e promozione della salute più efficaci da adottare. Inoltre, l’esperienza di Cuba dimostra come, nella riduzione della diffusione di patologie cardiovascolari e diabete, sia fondamentale il ruolo del trasporto attivo, la politica della mobilità e l’incremento dell’attività motoria, in una prospettiva integrata di interventi rivolti all’intera popolazione.

Sono tutti aspetti che rendono questa ricerca praticamente unica. Attenzione quindi alle interpretazioni che tendono ad estendere con un certo semplicismo i risultati di questo studio ad altre realtà o situazioni. Lo stesso paragone tra il “periodo speciale” e l’attuale crisi economica è abbastanza azzardato, considerando la scarsa confrontabilità tra le caratteristiche sociali, culturali e sanitarie della popolazione cubana di inizio anni ’90 con quella occidentale di oggi. La popolazione dell’isola caraibica era ed è molto particolare: omogenea e con differenze minime di salute, status sociale, reddito e livello di istruzione. Gli stessi stili di vita - abitudine al fumo, all’alcol, dieta, moto ecc - e i relativi fattori di rischio si distribuiscono in maniera uniforme tra tutti gli 11 milioni di cubani. Cosa che invece non si può dire per l’Europa di oggi, dove queste caratteristiche sono molto diverse da Paese e Paese (la Svezia non è il Portogallo), se non addirittura da regione a regione (basti pensare al gap tra Nord e Sud Italia).

Per la Grecia, spia rossa accesa
Per studiare gli effetti di una crisi devastante come quella che sta affliggendo ormai da 6 anni il mondo occidentale, è probabile che sia più utile seguire il destino della Grecia e del suo traballante sistema sanitario, piuttosto che guardare a quello che succedeva a Cuba vent’anni fa. E purtroppo, stando agli ultimissimi dati pubblicati dall’Oms, i segnali non sono incoraggianti: tutti gli indicatori più sensibili in intervalli di tempo brevi - come le nuove infezioni da virus dell’Hiv o il tasso di suicidi - stanno rapidamente volgendo al brutto.

 

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