In bici al lavoro, ma a tuo rischio e pericolo

Come complicare le scelte di salute: per chi va in sella al lavoro, il riconoscimento dell'infortunio in itinere è un miraggio.
20/11/2013
  • Stefano Malatesta
In bici al lavoro

Andare al lavoro in bici fa bene alla salute, all’economia e all’ambiente.  Eppure nel nostro Paese sembra che il legislatore voglia mettere il bastone tra le ruote (letteralmente) con vecchia burocrazia e nuovi ostacoli. Uno di questi, che scoraggia o addirittura impedisce a parecchie persone di montare in sella, è il mancato riconoscimento del cosiddetto infortunio in itinere. Vediamo di cosa si tratta.

Per l’Inail l’incidente stradale nel tragitto casa-ufficio - chiamato appunto “in itinere” - è considerato a tutti gli effetti un infortunio sul lavoro, in quanto lo spostamento è intrinseco alla prestazione lavorativa. Come riporta sul proprio sito, l’Inail «tutela i lavoratori anche nel caso di infortuni avvenuti durante il normale tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro. […] Qualsiasi modalità di spostamento è ricompresa nella tutela (mezzi pubblici, a piedi ecc) a patto che siano verificate le finalità lavorative, la normalità del tragitto e la compatibilità degli orari. Al contrario, il tragitto effettuato con l’utilizzo di un mezzo privato, compresa la bicicletta in particolari condizioni, è coperto dall’assicurazione solo se tale uso è necessitato».

Dimostrare l’uso “necessitato”
Che cosa significa? E che cosa si intende per “uso necessitato” della bici? Prima di tutto, vuol dire che l’Inail ritiene le due ruote un mezzo privato, alla stregua di auto e motorino. Una definizione riduttiva che ha conseguenze paradossali, come quella di non considerare il bike sharing un mezzo pubblico. Ma non solo. Significa anche che l’infortunio viene riconosciuto solo in mancanza di alternative: se c’è un tram, un bus, una metropolitana o un treno compatibile con lo spostamento in questione, l’Inail non garantisce alcuna copertura.

Come se non bastasse, capita spesso che l’uso della bici sia reso ancora più complicato dagli adempimenti amministrativi, come la compilazione di moduli e richieste da inoltrare. La Provincia autonoma di Trento prevede per i suoi dipendenti addirittura il rilascio di una “autorizzazione preventiva all’uso della bicicletta” (vedi fac-simile) da parte del dirigente responsabile, per il via libera all’uso della bici in servizio. L’ennesimo omaggio alla burocrazia o una pratica “difensiva” di tutela aziendale? In ogni caso, un ostacolo in più a una scelta che invece andrebbe favorita e la cui procedura semplificata.

Passi avanti, ma non basta
Anche a seguito di proteste e ricorsi, nel novembre del 2011 l’Inail ha emanato una serie di istruzioni operative con cui ha in parte modificato il regolamento. Nonostante la possibilità di ricorrere ai mezzi pubblici, il ciclista che si è infortunato viene  indennizzato comunque, a patto che l’incidente sia avvenuto su una pista ciclabile o in una zona interdetta al traffico. Come però ha sottolineato la Federazione italiana amici della bicicletta (Fiab) - che ha pubblicato un sito dedicato alla questione, ricco di documenti - queste condizioni si verificano solo in pochi casi, perché le strade e le città italiane non sono certo quelle dell’Olanda o della Danimarca. E poi rimangono zone d’ombra nell’interpretazione delle norme, come nel caso (frequente) di incidente che avviene proprio all’intersezione tra pista ciclabile e carreggiata.

Ma perché allora non tutelare sempre il ciclista nel tragitto casa-lavoro? L'Inail ha poteri ben precisi e si limita giustamente ad applicare la legge. Il problema è a monte, nel legislatore che ancora oggi equipara l’uso dei pedali a quello dell’automobile (e non a quello del mezzo pubblico o al camminare a piedi). Disincentivando e ostacolando di fatto una pratica che invece la letteratura scientifica ha ampiamente dimostrato essere salutare, ecologica, economica e sostenibile. Sono infatti numerosi gli studi che documentano bene come la scelta di abbandonare l’auto a vantaggio delle due ruote per gli spostamenti quotidiani sotto i 5 km (come appunto quelli casa-lavoro) comporti benefici a più livelli. Dal miglioramento della forma fisica individuale alla riduzione di inquinamento ed emissioni di anidride carbonica; dal risparmio in termini di costi sanitari per il trattamento di sovrappeso, obesità, diabete e depressione fino al calo (anche del 30%, in alcune realtà) degli incidenti stradali.

Cambiare la legge
La bicicletta per il percorso casa-lavoro (ma non solo) è quindi una scelta da favorire, magari con il supporto di iniziative fiscali e politiche capaci di incentivarne e sostenerne la diffusione. Proprio per questo, è dal 2007 che la Fiab si batte perché l’uso della bicicletta sia equiparato a quello del mezzo pubblico, anche attraverso una specifica proposta di legge.

Si muovono sul territorio anche i Comuni (l’ultimo caso è quello di Livorno): sotto la rappresentanza dell’Anci, poche settimane fa hanno varato un pacchetto di misure per la riforma del Codice della strada a favore della cosiddetta “utenza debole”, pedoni e ciclisti in prima fila: tra i provvedimenti proposti, c’è proprio il riconoscimento dell’infortunio in itinere. L’ultima parola spetta ora a Governo e Parlamento.

 

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