L’attività fisica che salva la vita, in microgravità

In orbita è fondamentale mantenersi in forma, nelle missioni di lunga durata vitale: a colloquio con l'astronauta Paolo Nespoli.
21/10/2014
  • Davide Coero Borga
attività fisica nello spazio

Ha volato per la prima volta il 23 ottobre 2007 come specialista a bordo dello Space Shuttle Discovery. Due settimane di missione, durante le quali è stato consegnato e installato il “nodo 2”, elemento essenziale per l’ampliamento del più grande laboratorio umano nello spazio: la stazione spaziale internazionale (Iss). È ritornato nello spazio in qualità di ingegnere di volo il 15 dicembre 2010, assegnato alla MagISStra, missione di lunga durata che comprendeva la conduzione di esperimenti scientifici, dimostrazioni tecnologiche e attività educative. Dopo aver passato 159 giorni nello spazio, è poi rientrato a Terra il 24 maggio 2011. Parliamo dell’astronauta italiano Paolo Nespoli, che abbiamo incontrato al Festival dell’innovazione e della scienza di Settimo Torinese. A lui abbiamo chiesto, per azioni quotidiane, il suo rapporto con l’attività fisica.

Che succede al nostro corpo quando viene scaraventato nello spazio profondo?
«Cosa significhi stare nello spazio forse non è possibile nemmeno immaginarlo. Uno vede gli astronauti alla tv ed è tentato di pensare che tutto si riduca a fluttuare in assenza di gravità. Invece bisogna fare i conti con una diversa distribuzione dei fluidi nel corpo, il fatto che alcuni muscoli non funzionano più o non vengono più utilizzati, mentre altri che di solito non vengono impiegati subiscono una sovrastimolazione. Nello spazio si è in una dimensione “altra”. Si cammina usando le mani e le gambe diventano un impedimento. Non c’è più l’alto, non c’è più il basso. E il cervello sembra strillarti nelle orecchie: scappa via da questo posto».

Come astronauti, siete preparati ad affrontare questo tipo di stress?
«Oggi conosciamo per sommi capi che cosa succede a un corpo umano quando si trova in condizioni di microgravità, come sulla Iss, a 400 chilometri sopra la superficie terrestre. Eppure ogni volta, e con ogni singolo astronauta, ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso, unico, irripetibile. Nonostante mezzo secolo di missioni spaziali alle nostre spalle, ci dobbiamo accontentare di un campione per nulla significativo. È difficile affermare qualcosa con certezza e rigore scientifico. L’astronauta resta ancora oggi una cavia grazie alla quale raccogliere una serie di dati. Sono stati riscontrati problemi agli occhi, una sovrappressione nella parte alta del corpo, perdita di calcio, abbassamento del tono muscolare. Sappiamo che il cuore va tenuto in costante allenamento perché non si abitui alla condizione privilegiata dell’assenza di gravità. È il muscolo più importante che abbiamo e non possiamo permettere che si inflaccidisca. Ma molto è ancora da scoprire: dei raggi cosmici che attraversano il corpo umano fuori dall’atmosfera terrestre, per esempio, non sappiamo quasi nulla».

Sulla Iss c’è una specie di palestra, insomma…
«È fondamentale praticare costante esercizio quando ci si trova nello spazio. Il corpo è sempre a riposo, completamente a riposo, e questo fatto può diventare un problema serio, specie nel corso di una missione di lunga durata. Il rientro a Terra dopo una finestra di sei mesi nell’orbita bassa, confinato nel più grande avamposto umano nello spazio (pur sempre piccolo come un monolocale), può creare uno shock al fisico. Per questo il programma prevede, di routine, due ore di attività fisica al giorno. Un’ora di esercizio cardiovascolare, che si può fare con una cyclette spaziale o un tapis roulant (cui si è ancorati con un cavo elastico - ndr). E un’altra ora di esercizio resistivo, sostanzialmente sollevamento pesi. Sembra buffo parlare di palestra nello spazio ma la Nasa ha realizzato ogni sorta di macchinari utili allo scopo».

In che differisce l’attività fisica di un astronauta in microgravità da quella di noi comuni terrestri?
«Grazie agli esercizi si possono “caricare” alcuni muscoli che non si riescono a stimolare altrimenti in orbita. Per esempio quelli delle gambe. L’attività motoria serve a comprimere la spina dorsale, che nello spazio tende naturalmente a distendersi (Nespoli è l’astronauta più alto che abbia viaggiato nello spazio e nei sei mesi sulla Iss ha guadagnato ben 8 centimetri in altezza, poi persi al rientro - ndr). Il fisico è sottoposto a una lenta e costante distensione muscolare: tendini, muscoli, nervi. Un allungamento che non sempre è indolore. Ci sono astronauti che soffrono di fortissimi dolori alla schiena. La medicina spaziale è agli albori: siamo uomini e donne, di età differenti, con stili di vita diversi, a gruppi di sei persone la volta. Lo spazio ci dà la possibilità di testare nuove condizioni ambientali. Potremmo scoprire che l’astronauta perfetto è una persona che ha perso gli arti inferiori, che nello spazio sono d’intralcio».

Qual è la preparazione atletica richiesta per diventare astronauta?
«Non siamo superuomini, fuori dal mondo. Né dobbiamo gareggiare alle Olimpiadi. Ci sono astronauti che hanno fatto pochissimo esercizio fisico prima del lancio - cosa che comunque sconsiglio a chiunque. Il programma di addestramento prevede una normale attività fisica: un’oretta, due o tre volte a settimana». In fondo, niente di più dell’attività motoria consigliata a chiunque.

 

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