Attività fisica in rosa: fatti e numeri

Movimento ed esercizio sono un’esclusiva tutta maschile? Pare proprio di sì, se guardiamo ai numeri che descrivono come e quanto è diffusa l’abitudine all’attività fisica tra uomini e donne. Mancanza di tempo, scarsa motivazione, ambienti di lavoro sempre più sedentari, falsi miti su rischi in gravidanza o menopausa, difficoltà economiche: sono tutti motivi che non aiutano le donne ad adottare uno stile di vita attivo. Parlare in modo assoluto di “attività fisica di genere” è forse esagerato, ma certo alcune differenze tra i due sessi innegabilmente ci sono. Scopriamo quali e perché.
22/01/2014
  • Stefano Menna
Sport al femminile

Immagine: 

Lo sport al femminile nei mosaici romani di Piazza Armerina

Dati e statistiche parlano chiaro: la sedentarietà è (anche) un problema di genere. Seguire le raccomandazioni, cioè fare per 5 giorni a settimana almeno mezz’ora di esercizio al giorno (gli adulti) e almeno un’ora (bambini e adolescenti), per circa due terzi degli italiani sembra un traguardo irraggiungibile. Ma si tratta addirittura di un miraggio, se concentriamo l’analisi sul sesso femminile, che sembra scontare una posizione più penalizzata rispetto agli uomini. Un dato preoccupante, anche perché all’orizzonte non si prospetta alcun cambio di tendenza per il prossimo futuro: i numeri sono uniformi e coerenti in tutte le fasce di età.

I problemi iniziano in tenera età
Partiamo dai più giovani, gli adulti di domani. Secondo l’indagine Hbsc (studio internazionale finalizzato ad analizzare i fattori e i processi che possono influire sulla salute degli adolescenti, svolto in collaborazione con l’Ufficio regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità e a cui l’Italia ha aderito a partire dal 2000), condotta su tre diverse fasce di età (11, 13 e 15 anni), solo un terzo dei ragazzi segue le linee guida. Le femmine sono meno attive dei loro coetanei maschi e la pratica diminuisce con il progredire dell’età: i quindicenni svolgono infatti meno attività fisica (47% dei maschi e 27% delle femmine) rispetto ai tredicenni (51% dei maschi e 34% delle femmine). Sport e movimento, specie all’aperto, sono stati progressivamente sostituiti da ore trascorse di fronte allo schermo di un computer o di un televisore, con una riduzione della spesa energetica quotidiana di circa 600 chilocalorie rispetto ai bambini e agli adolescenti di cinquant’anni fa. E, come se non bastasse, con la fine del percorso scolastico più della metà delle giovani perde l’occasione di fare un po’ di esercizio durante le ore di attività fisica a scuola e diventa sedentaria.

Giovani maschi, i più attivi
E tra gli adulti, come vanno le cose? Già l’indagine Eurobarometro del 2010 mostrava come, dopo la scuola, gli uomini rimanessero più attivi e sportivi delle donne, soprattutto tra i 20 e i 24 anni. Ma la conferma viene dalle ultime elaborazioni del sistema di sorveglianza Passi (dati 2009-2012) e dall’indagine multiscopo Istat del 2012.

Secondo la rilevazione dell’Istat, l’esercizio fisico si caratterizza come un’attività del tempo libero tipicamente giovanile e con un forte accento maschile: i più sportivi sono infatti i ragazzi tra i 6 e i 17 anni. Il confronto tra i sessi mostra una propensione e una pratica ben più marcata tra i maschi (in media 38%, contro il 25% delle femmine) in tutte le fasce di età a eccezione dei più piccoli (3-5 anni), quando le quote di praticanti si equivalgono tra bambine e bambini. Le differenze di genere si fanno via via più importanti a favore dei ragazzi all’aumentare dell’età, con un divario massimo di oltre 24 punti percentuali tra i 20 e i 24 anni.

I dati Passi aggiungono altri elementi interessanti, sottolineando come la sedentarietà sia una condizione più frequente in alcune categorie particolari: tra gli anziani, tra chi vive difficoltà economiche, tra chi ha un livello di istruzione più basso e, appunto, tra le donne (33% contro il 29% degli uomini). Donne che se non altro sembrano comunque più consapevoli del problema rispetto agli uomini: tra le persone che praticano un’attività fisica solo parziale, infatti, secondo il 53% degli uomini è sufficiente, mentre lo è per il 48% delle donne; e, tra i sedentari, percepiscono come sufficiente l’attività fisica svolta il 18% delle donne contro il 21% degli uomini.

Gap di genere, anche in età avanzata
Un ulteriore tassello lo aggiungono i numeri del progetto Cuore, sempre a cura dell’Istituto superiore di sanità: in Italia il 34% degli uomini e il 46% delle donne tra 35 e 74 anni non svolge alcuna attività fisica durante il tempo libero. Una differenza significativa che vede il sesso femminile ancora una volte in una posizione sfavorevole, anche all’aumentare dell’età. La forbice con gli uomini, infatti, si dilata ulteriormente nella popolazione ultra65enne, dove più della metà (51%) delle donne anziane non fa moto durante il tempo libero. Peraltro, proprio in un periodo della vita in cui fare movimento potrebbe portare giovamento e ridurre gli “effetti collaterali” della menopausa: sempre secondo i dati del progetto Cuore, sono quasi la metà (48%) le donne in menopausa che non svolgono alcuna attività fisica durante il tempo libero. Con un picco negativo al Sud e nelle Isole, dove più di 6 donne in menopausa su 10 sono sedentarie.

Gravidanza attiva, serve un cambiamento culturale
A ostacolare uno stile di vita “rosa” più attivo, poi, ci si mettono anche professionisti e operatori sanitari. Per esempio, durante la gravidanza. Non è raro infatti che siano gli stessi medici a considerarla ancora oggi un periodo di “indulgenza”, durante il quale è vietato parlare di esercizio fisico o restrizioni alimentari e in cui è ritenuto fisiologico un aumento di peso di oltre 7 chili. Quando invece è vero il contrario: il sovrappeso può alterare lo sviluppo fetale e portare a complicanze perinatali e postnatali, così come un regolare e controllato esercizio fisico reca benefici sia alla mamma che al figlio. Inoltre l’eccessivo incremento di peso in gravidanza, peraltro difficilmente reversibile dopo il parto, è proprio una delle cause dell’attuale epidemia di obesità.

I motivi e il contesto socioeconomico
Rispetto alla pratica di una sana e regolare attività fisica, quindi, le donne rappresentano senza dubbio un gruppo di popolazione penalizzato, più esposto agli effetti negativi sulla salute. Come mai? Diverse analisi centrate sul gap di genere hanno individuato sia cause individuali, sia fattori socioeconomici.  Tra le prime rientrano il grado di motivazione, la consapevolezza dei benefici, la disposizione psicologica più o meno favorevole all’attività fisica. Ma anche convinzioni o timori, spesso non corretti o immotivati, su eventuali rischi associati all’attività fisica, appunto per esempio in fasi come la gravidanza o la menopausa. In età adulta la riduzione dell’attività fisica non è solo condizionata da ambienti di lavoro sempre più sedentari (compresi quelli domestici), ma anche da una pratica insufficiente durante il tempo libero. Spesso si tratta di una mancanza di tempo più percepita che reale, visto poi il frequente orientamento verso scelte meno salutari e sedentarie, prima fra tutte la televisione.

La situazione socioeconomica si traduce invece in uno svantaggio in cui entrano in gioco vari componenti: la minore disponibilità di tempo libero, un accesso più difficile a strutture dedicate come palestre o piscine, ambienti urbani con scarse opportunità per fare esercizio fisico, la percezione dello sport come un lusso costoso e non come una necessità, infine uno stile di vita in cui alla sedentarietà si associano abitudini alimentari non corrette.

Eppure per godere dei benefici di salute dell’esercizio fisico non è detto che sia necessario praticare faticose discipline sportive agonistiche. Basterebbe iniziare a svolgere regolarmente alcune attività quotidiane anche leggere come fare la spesa, passeggiare con il cane, sistemare balcone o giardino, eseguire le pulizie domestiche o lavori fai-da-te come tinteggiare e tagliare l’erba. Attività indistintamente alla portata di tutti, uomini o donne che siano.

 

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