App e salute: cosa dicono i dati

Nuove tecnologie e stili di vita: luci e ombre di una relazione in gran parte ancora inesplorata.
17/09/2014
  • Maria Rosa Valetto
app e fitness

Costi contenuti, diffusione capillare, relativa semplicità d’uso. Man mano che si affacciano sulla scena della sanità pubblica gli strumenti del web 2.0 e le app, si fa sempre più strada l’idea che rappresentino un’opportunità per migliorare la salute della popolazione senza ricorrere a pratiche medicalizzanti. L’aspetto veramente interessante dell’offerta riguarda infatti non tanto i malati, che dal dottore fanno meglio ad andare e anzi sul web sono talvolta dis- o mal- orientati, quanto i sani (o presunti tali) che potrebbero stare ancora meglio ritoccando qualcosa nel proprio stile di vita. Da qualche anno ci sono iniziative, tentativi e anche invenzioni in questo settore. E ormai l’esperienza accumulata sembra sufficiente per stilare un primo bilancio.   

L’impatto dei social media su dieta ed attività fisica
La rivista medica Britsh Medical Journal ha pubblicato lo scorso maggio una revisione sistematica di una serie di studi che hanno analizzato l’impiego dei social media per promuovere attività fisica e dieta sana. Va detto che i singoli lavori presentano diversi punti deboli, in particolare: bassa numerosità del campione, compliance deludente (scarsa e incostante partecipazione) e un’estrema variabilità in termini di interventi utilizzati, caratteristiche dei soggetti messi a confronto, strumenti web presi in esame ed esiti misurati. Tutti elementi che, messi insieme, costituiscono un limite metodologico di fondo e, nello stesso tempo, suggeriscono come tra il 2000 e il 2013 (questi gli anni esplorati dall’indagine) in assenza di precedenti riferimenti si sia provato un po’ di tutto, forse anche improvvisando un po’. Comunque il risultato netto, condizionato senza dubbio da questa eterogeneità, è che non si rilevano differenze significative tra gruppi sottoposti agli interventi e gruppi di controllo. Nei sottogruppi esposti a interventi mirati veicolati dai social media, invece, si osserva una riduzione significativa del consumo di grassi nella dieta.

Questi risultati vanno dunque interpretati come un fallimento? Davvero le nuove tecnologie e strategie di comunicazione non sono in grado di contribuire alla promozione della salute? No, secondo gli esperti si tratta solo di ricercare le strategie giuste e di combinarle nella maniera più appropriata. Oltre a essere più rigorosi nel disegnare gli studi e valutarne i risultati.

Anche perché, dimenticando i risultati aggregati oggetto della metanalisi e prendendo in considerazione i singoli studi, non mancano gli spunti interessanti. Per esempio, una delle esperienze di successo - ideata in Australia e dimostratasi capace di incrementare i livelli di attività fisica - consiste nell’allestimento di un sito web “di prossimità”: rivolto a persone sedentarie, consiste in un calendario di appuntamenti locali che stimola a fare movimento con avvisi personalizzati via e-mail e un servizio di news bisettimanale. Ha ottenuto discreti risultati nel contrasto alla sedentarietà anche un programma britannico, erogato via internet e smartphone, concepito come un tavolo di discussione per superare gli ostacoli percepiti all’attività fisica. Anche qui, gioca un ruolo essenziale la pianificazione personalizzata - in questo caso settimanale - delle sessioni di allenamento.    

Cambiare con un’app
Un altro recente studio pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine si è preoccupato di verificare quanto le “tradizionali” tecniche di cambiamento dei comportamenti per la promozione di stili di vita salutari siano passate anche nel mondo virtuale e tecnologico. E, nello specifico, quanto vengano utilizzate nella progettazione delle app finalizzate a incrementare i livelli di attività fisica. I ricercatori della Pennsylvania State University hanno identificato le app posizionate ai primi 50 posti nelle classifiche (ad agosto 2013), sia a pagamento che gratuite, appartenenti alla categoria “salute e benessere”dei due principali mercati on line: Apple iTunes e Google Play. Tra le 200 individuate, sono state selezionate quelle centrate sull’attività fisica, poi analizzate secondo criteri standardizzati sulla base della descrizione fornita dagli sviluppatori.

Sono emerse così due tipologie fondamentali di app: quelle disegnate per informare-educare le persone, e quelle progettate per motivarle. Nella maggior parte delle app è stato incorporato un numero modesto di tecniche di cambiamento del comportamento, in genere meno di quattro. Si tratta di istruzioni (anche personalizzate) su: pratica dell’esercizio fisico, feedback sulle prestazioni rilevate, obiettivi da raggiungere e pianificazione del cambiamento. Secondo i ricercatori, per ottimizzare i risultati bisognerebbe usare diverse app per avviare - e poi mantenere - abitudini più sane. «Il mercato di queste app è al momento poco disciplinato: i consumatori scelgono quasi sempre in base alla presentazione (autoreferenziale) fornita dagli sviluppatori. Alcune sono sicuramente efficaci, ma l’utente deve scegliere con una certa attenzione», spiega David Conroy, coordinatore dello studio.

Un’analoga indagine, ma limitata al mondo degli smartphone, è stata condotta dall’Università di Auckland. Questa volta i ricercatori neozelandesi si sono limitati a considerare i primi 20 posti in classifica (su iTunes, a novembre 2012) delle app, sia a pagamento sia gratuite, relative a dieta e attività fisica. È stata valutata la presenza di contenuti ispirati a 26 diverse tecniche di cambiamento dei comportamenti. I risultati mostrano come queste app includano da 2 a 18 tecniche, con una media di 8 (un po’ più alta per quelle a pagamento).  Le tecniche più presenti sono: “dare istruzioni” (in 8 app su 10), “impostare obiettivi graduali” (7 su 10) e “monitorare la motivazione” (6 su 10). Non stupisce la completa assenza di altre (come “dare suggerimenti”, “evitare le ricadute” e “gestire il tempo”) che sembrano piuttosto difficili da veicolare con strumenti simili.

A che punto siamo
Sembra abbastanza evidente che siamo in una fase pioneristica. Tanti sono i presupposti teorici che derivano dall’esperienza con gli interventi tradizionali - già così difficili da realizzare e misurare in termini di efficacia, vista la loro natura multicomponente e la necessità di un approccio integrato - tanti gli spunti promettenti ma al momento non provati in termini di efficacia. Per vedere il bicchiere mezzo pieno e per usare un’immagine pertinente, tutto questo nuovo settore è certamente in vivace movimento. Anche se la direzione del cammino o della corsa non è sempre chiaramente orientata, né lineare. È comunque importante che i dati degli studi, per quanto preliminari, siano resi noti e condivisi come punto di partenza per le prossime tappe: un lavoro che dovrà coinvolgere insieme ricercatori, sviluppatori, esperti di sanità pubblica e consumatori.

 

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