«Quella sedia a rotelle… dimenticala!»

Una frase che ha accompagnato la vicenda umana e agonistica di Patrizia Saccà, portando un’adolescente con paraplegia prima al bronzo paralimpico di tennistavolo a squadre, poi al ruolo di istruttrice sportiva in unità spinale.
07/11/2014
  • Maria Rosa Valetto
World Master Games

Immagine: 

credit: World Master Games, Torino 2013

Insegnare sport alle persone ricoverate in unità spinale è oggi la (buona) azione(quasi) quotidiana di Patrizia Saccà, campionessa paralimpica di tennistavolo. Ed è il risultato di un percorso difficile, iniziato con un grave trauma invalidante rielaborato grazie a un lavoro, fisico e interiore, che ha ricollocato pian piano il corpo e l’attività motoria al centro della sua vita.

Mai più come prima
La caduta accidentale da 5 metri a 14 anni le ha spezzato la colonna vertebrale e le speranze nutrite fin da bambina di diventare un’amazzone. Patrizia ha vissuto due anni in ospedale tra Torino e Roma, per un certo periodo ingabbiata in una struttura metallica per garantire l’immobilità delle vertebre: alcune fissate irreversibilmente tra loro, una ricostruita con un frammento di tibia durante un intervento - pionieristico per gli anni ’70 - lungo un giorno intero.

«Mi sentivo prigioniera, ma per la mia giovane età e il continuo bisogno di cure ero anche molto coccolata. La lesione era bassa, così sono riuscita a camminare con l’aiuto di tutori. Cosa che, insieme al recupero della sensibilità e di alcune funzioni, mi ha fatto illudere sulla possibilità di una ripresa piena. Ho quindi lavorato sul mio corpo strenuamente, finché a Roma ho saputo da un paraplegico adulto, stupito dei miei sforzi che sapeva essere vani, la verità fino ad allora pietosamente nascosta. Ricordo ancora le parole con cui ha ricondotto i segnali che io interpretavo come miglioramenti alla normale evoluzione della paraplegia. Per me il dramma non stava tanto nella condizione del non camminare (l’aspetto che più notano gli altri), quanto in aspetti che avvertivo solo io ma che segnavano la perdita dell’autonomia, la vergogna per un corpo incontrollabile nelle sue funzioni elementari», racconta Saccà.

Parecchie persone hanno aiutato Patrizia a “dimenticare” la sedia a rotelle. Tra queste la mamma, che l’ha avvicinata a un’associazione sportiva, l’Unione italiana contro l’emarginazione dei paraplegici (Uicep), innescando un processo più di rimozione che di dimenticanza. «Per molto tempo, appena incontravo un disabile mi allontanavo e non gli rivolgevo la parola. Figuriamoci pensare di frequentare iniziative dedicate. Grazie ai contatti stabiliti da mia madre ho poi acquisito un metodo vincente per dimenticare la sedia a rotelle, imparando a usarla e a trasformarla in un attrezzo sportivo», continua l’atleta.

Tra le prime 10 al mondo nel tennistavolo
Patrizia è così tornata allo sport e ne ha praticati tanti, dall’atletica al tiro con l’arco, sempre con successo. Poi nel 1987 ha scelto il tennistavolo. Di nuovo all’insegna dell’oblio della carrozzina la motivazione: «Mi permetteva di competere con persone senza disabilità e il confronto diretto nutriva la mia autostima. Ai normodotati dà fastidio perdere con un disabile. Ho dovuto spiegare a una ragazzina in lacrime per la sconfitta cosa aveva sbagliato: invece che guardare alla mia disabilità, avrebbe dovuto modificare la sua strategia giocando palle corte su cui vado in difficoltà. Da parte mia, invece, non mollavo e giocavo strategicamente sul punto più debole dell’avversaria, sfruttando al massimo le mie capacità».

Patrizia sostiene di non avere una vera mentalità agonistica individualista, di prediligere le competizioni di squadra e di aver perso partite già vinte o recuperato match che sembravano compromessi, senza alcuna logica apparente. Sostiene anche che il suo ricco palmares sia dovuto al fatto che erano poche le donne che facevano sport. Ma il sospetto di eccessiva modestia è forte, visto che in circa vent’anni di tennistavolo ha conquistato 18 titoli nazionali, 3 medaglie mondiali, una decina di podi europei e un bronzo alle Paralimpiadi di Barcellona a squadre nel 1992. «A Pechino, nel 2008, ho deciso che era il momento di lasciare le gare dopo una sconfitta bruciante e la comparsa di un’aritmia. Ho ascoltato il mio cuore: aveva il ritmo della pallina che rimbalza sul tavolo. Era troppo. E infatti quando ho abbandonato l’agonismo tutto è rientrato». Eppure eccola di nuovo con al collo la medaglia d’argento nel 2013, nei World Master Games della sua città, Torino: unica atleta disabile nella sua categoria di età.

Barriere e problemi che rimangono
Eppure gli ostacoli non mancano per chi, nonostante la disabilità, vuole fare sport. «Anni fa la cosa difficile non era gareggiare e vincere, ma creare il contesto per arrivare a farlo. Per esempio, trovare la palestra accessibile per gli allenamenti, dover utilizzar ferie e aspettative per le competizioni. Oggi le cose sono migliorate grazie ad anni e anni di impegno, penso per esempio a tutti gli sforzi compiuti dal movimento paralimpico», sottolinea Saccà.

Patrizia ha indossato la maglia azzurra dal 1987 al 2010, la sua ultima partecipazione risale ai Mondiali in Corea. Un’esperienza che definisce in parte dolorosa: «vedere tutte quelle persone disabili insieme mi ha traumatizzata. Quando qualcuno si lamenta del fatto che le Paralimpiadi sono poco mostrate in tv, penso non si renda conto di cosa significhi vedere tutta quella sofferenza. Con Torino 2006, anche l’“uomo della strada” ha iniziato a conoscere lo sport paralimpico: forse ora i tempi iniziano a essere maturi. Io sono tra quelli che continuano a soffrire per non poter più camminare, correre e vivere la vita senza troppi sacrifici. Non credo a chi dice di considerare la sedia a rotelle come un dono, né a chi sostiene che non è un problema. Puoi farne una risorsa, una seconda vita, ma rimangono tutte le difficoltà quotidiane», commenta la campionessa.

Il futuro, oltre il tennistavolo
Patrizia è oggi nel Comitato paralimpico del Piemonte come delegato provinciale. Ma non solo. «La mia medaglia d’oro è insegnare tennistavolo in unità spinale alle persone para- o tetraplegiche. Con una duplice finalità: usare la mia disciplina in chiave terapeutica, una sorta di “fisioterapia del ping-pong”; e poi come leva per ridestare la voglia di vivere e accettarsi in questa nuova dimensione, senza mollare. La vita del disabile non è adeguatamente rappresentata dai pochi casi di persone ricche e felici, che ritrovano in una seconda vita nuovi successi e rinnovata celebrità. I più sono uomini e donne, spesso giovani, che hanno subito un trauma o una malattia e che, anche volendo, non hanno la possibilità di curarsi al meglio. E a volte succede che neppure lo vogliano, lasciandosi andare in una spirale negativa», osserva ancora Saccà.

«Oggi il mio obiettivo è dire a queste persone: “tu non sei la sedia a rotelle; la sedia a rotelle è solo il tuo nuovo paio di scarpe”. Sono quindi grata a Panathlon che sostiene il mio progetto “Benessere psicofisico e avviamento allo sport”. Con me ruotano 7 operatori (istruttore di shiatsu, osteopata, fisioterapista, massoterapista, insegnante di danza, arte e yoga terapia): un modo per prendersi cura di corpo e mente, entrambi così segnati dal trauma o dalla malattia, in modo integrato. Collaboro poi con la onlus Freewhite al progetto “Sport per tutti”, rivolto anche a chi ha deficit intellettivi: l’aggregazione e lo sport uniscono infatti in modo sorprendente tante disabilità diverse». Infine, da poco Patrizia si è avvicinata alla scherma: «trovo che abbia molte affinità con il tennistavolo, inoltre a Torino a giugno del 2015 ci saranno i campionati italiani: un appuntamento da non perdere. Perché in fondo credo sempre in quella sensazione unica che dà la voglia di vincere, nello sport come nella vita. Come dice il motto: “gli altri dietro, davanti solo il vento”».

 

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