Attività fisica amatoriale: via l’obbligo di ecg e certificato di idoneità

Ci ha pensato il “decreto Fare” a placare le polemiche sollevate dalle nuove norme per l’attività fisica, previste dal “decreto Balduzzi”. Eppure le resistenze non mancano.
09/09/2013
  • Stefano Menna
certificati e semplificazione

Con l’approvazione definitiva del “decreto Fare” da parte del Parlamento, il 9 agosto il Governo ha abolito con un tratto di penna l'obbligatorietà dell'elettrocardiogramma per le attività non agonistiche e il certificato per quelle ludico-motorie e amatoriali. Si ripristina così la normativa precedente: rimane l’obbligo di certificazione presso il medico o pediatra di base per l’attività sportiva non agonistica; saranno poi i medici o i pediatri di base a stabilire annualmente, a seguito di anamnesi e visita, se i pazienti hanno bisogno di ulteriori accertamenti come appunto l’elettrocardiogramma.

Dubbi e perplessità su efficacia, opportunità e sostenibilità delle nuove norme per l’attività fisica, del resto, erano già stati sollevati nei mesi scorsi, durante i lavori parlamentari che hanno portato, a fine luglio, al varo del provvedimento (azioni quotidiane ha seguito la vicenda: si veda l’articolo “Più coordinamento e meno burocrazia: la ricetta per favorire l'attività fisica” e successivi commenti).

Un iter travagliato e discusso
Proprio per promuovere la pratica sportiva e non gravare cittadini e Servizio sanitario nazionale di nuovi e costosi accertamenti e certificazioni, il Parlamento ha deciso di sopprimere l'obbligo di certificazione per l'attività ludico-motoria e amatoriale previsto dall'articolo 7, comma 11, del decreto Balduzzi, venendo incontro alle posizioni, alle richieste e agli appelli lanciati dalla comunità scientifico-sanitaria. Si veda per esempio la lettera del Simpef, il sindacato dei pediatri di famiglia o “Il nuovo ruolo della medicina dello sport”, documento approvato dalla Conferenza delle Regioni e Province autonome il 24 luglio scorso che, come sottolinea Alberto Arlotti, componente del progetto Ccm per l’implementazione della Carta di Toronto, «oltre ad essere aggiornato e attuale, favorisce le linee di sviluppo della salute nella comunità raccomandate dalle più importanti società scientifiche».

Le disposizioni contenute nel decreto legge del 24 aprile 2013 (Disciplina della certificazione dell’attività sportiva non agonistica e amatoriale”) avrebbero comportato l’obbligo - per chiunque avesse voluto fare attività fisica o sport - di sottoporsi non solo a visita medica, ma anche ad accertamenti specialistici e strumentali come l'elettrocardiogramma. Con il risultato di allungare le liste di attesa, aggravare i costi per le famiglie, aumentare la spesa sanitaria e burocratizzare la pratica dell’attività fisica, scoraggiandola di fatto. Senza contare l’impatto negativo e contraddittorio che avrebbe avuto sul fronte delle attività di promozione di stili di vita sani e prevenzione delle malattie croniche.

Ma intanto il dibattito prosegue. Anche se a muoverlo sembrano motivazioni più di tipo sindacale o di organizzazione del lavoro, che ragioni legate propriamente alla promozione della salute. Pochi giorni fa la Federazione italiana dei medici di famiglia (Fimmg), attraverso una lettera del segretario generale Giacomo Milillo inviata al ministro della salute Beatrice Lorenzin e al presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo) Amedeo Bianco, ha richiesto chiarimenti su interpretazione e applicazione pratica della legge. Ventilando dubbi rispetto alla decisione di lasciare al medico la base scelta di eseguire ulteriori accertamenti, come l’elettrocardiogramma: secondo la Fimmg, «alla luce dell’attuale formulazione della norma, la mancata effettuazione dell’elettrocardiogramma in caso di contenzioso legale potrebbe essere configurata come imprudenza». Insomma, la partita non sembra ancora chiusa.

 

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